È partita la grande fuga dal diritto tributario. Lo abbandonano i commercialisti che vanno alla ricerca di specializzazioni in altri ambiti di attività. Cercano di evitarlo i giudici della Corte di Cassazione che, non appena terminato il periodo di permanenza minima presso la sezione tributaria, salvo casi rarissimi, fanno subito richiesta per l’assegnazione ad altre aree (civile e penale in particolare).
Cercano di evitare il diritto tributario persino gli studenti universitari che nei loro piani di studi tendono a inserire sempre meno un esame in effetti difficile, sostituendolo con altre materie più appetibili ma soprattutto più comprensibili.
La causa di tutto ciò sta evidentemente nelle tortuosità e nel livello di assoluta incomprensibilità e ingovernabilità nella quale è precipitato il nostro sistema tributario. Ciò detto torniamo alle singole motivazioni che stanno alla base della grande fuga dal diritto tributario.
Che i commercialisti si stiano avviando alla ricerca di nuove frontiere diverse da quelle fiscali lo confermano alcuni dati contenuti nell’ultima indagine statistica condotta dalla fondazione nazionale della categoria, dalla quale emergono alcuni segnali di una tendenza degli iscritti verso aree di specializzazione diverse da quelle tradizionali (tra le quali ovviamente la parte del leone è rappresentata dalla contabilità, bilancio e pianificazione fiscale).
Del resto anche la politica delle specializzazioni portata avanti dal Consiglio Nazionale rappresenta una risposta che la categoria tenta di dare a un malessere diffuso verso la materia tributaria. Se fino a ieri il commercialista era soprattutto un esperto fiscale, oggi e ancor più domani saranno dunque altri i settori di attività nei quali i professionisti dell’area economico-contabile si cimenteranno.
Ma l’avversione verso la materia fiscale colpisce anche i magistrati e in particolare quelli della Suprema Corte. La sezione tributaria della Cassazione suscita infatti poco interesse e i giudici di prima nomina che le vengono assegnati, difficilmente decidono di rimanere. E il Diritto tributario, peraltro, non costituisce neppure materia del concorso per il ruolo di magistrato della Suprema Corte. Eppure il valore delle cause tributarie pendenti, secondo i dati forniti dal presidente dell’associazione nazionale magistrati tributari, Ennio Sepe, al congresso nazionale ANC di Pisa del 23.11.2018, si attesta attorno alla cifra monstre di 53 miliardi di euro. Da ciò la rilevanza delle questioni in gioco anche ai fini dell’intera tenuta del sistema Paese.
Ma se il sistema fiscale è vitale per la nostra economia, occorre allora capire quale sia il motivo per cui sempre meno soggetti sono disposti a investire nella materia tributaria.
Occorre dunque riformare la giustizia tributaria perché finisca di essere percepita, dagli stessi magistrati prima ancora che dai contribuenti, come una sorta di giustizia di “serie B”, sia per gli strumenti a disposizione che per la remunerazione degli incarichi.
Quello sopra descritto è a tutti gli effetti un fenomeno preoccupante che, se non arginato, potrebbe aprire scenari poco edificanti in un settore che è invece strategico per l’economia di un Paese come il nostro. È necessario ripristinare tutta una serie di principi di civiltà giuridica che in ambito tributario il legislatore ha ritenuto di dover rimuovere in nome di una lotta all’evasione che, nei fatti, non sta portando ai risultati attesi.
